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Capitolo IV

 

Come si comunica? Comunicazione orale, scritta, iconica,
multimediale

Premessa

Secondo una affermazione del grande letterato massmediologo canadese Marshall Mcluhan, le società sono sempre state plasmate più dalla natura dei media attraverso i quali gli uomini comunicano che non dal contenuto della comunicazione.

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Se facciamo un rapido excursus sull’evolversi dei media, a partire dai primordi della civiltà e, quindi, dalla cultura orale, riscontriamo che, effettivamente, i cambiamenti  più significativi, le vere e proprie mutazioni culturali e politiche dell’umanità, vengono a coincidere proprio con le grandi tappe dell’oralità, dell’invenzione della scrittura, dell’invenzione della stampa, delle moderne tecnologie e, quindi, con le diverse e  susseguentesi tecniche di comunicazione intenzionale.

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Questo mi suscita non poche perplessità perché, mentre devo riconoscere la validità dell’asserzione proprio per  quanto appena detto, credo che il contenuto, che è la parte pregnante della comunicazione e che in fondo è la sua ragion d’essere, debba giocare, nel cambiamento, un ruolo quanto meno altrettanto importante del  medium che lo veicola.

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Penso tuttavia che, perché questo ruolo del contenuto possa dispiegare tutta la sua efficacia, è fondamentale che si instauri una comunicazione autentica, possibile soltanto quando entrano in campo, nel comunicare, tutte le facoltà della persona.

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Il problema fondamentale, quindi, è che il maggior numero possibile di persone sia messo in grado di affinare, attraverso l’educazione e un clima vitale reso tale da relazioni  significative, le proprie capacità di esprimersi, di relazionarsi, di comunicare e, quindi, di  agire con consapevolezza e con responsabilità. Ciò è possibile quando la crescita della  personalità avviene in maniera armonica, nell’attenzione a tutte le  sue componenti.

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È, oggi, ampiamente compreso lo stretto legame tra strutture cerebrali, conoscenza,  miti, riti, simboli e si è chiarito come e quanto le modalità percettive incidono sulla costruzione e sulla struttura stessa della personalità. Lo studio dei fenomeni comunicativi,  sia quelli che scaturiscono dalla interazione interpersonale che quelli  mediati da sempre più sofisticate apparecchiature elettroniche non può prescindere  da ciò.

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Consapevole, quindi, di quanto il mondo della comunicazione è capace di forgiare le persone e il loro rapporto con la realtà, accennerò ai vari aspetti dell’essere-nel-mondo dell’uomo in rapporto alle varie tappe evolutive, a partire dalla cultura orale e concludendo con l’analisi degli aspetti peculiari della nostra epoca

 

Comunicazione orale

La comunicazione orale è quella più immediata, diretta, personale, che richiede la presenza fisica contestuale dei comunicanti.

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La complessità vieppiù crescente, determinatasi nell’organizzazione e nelle strutture della società per effetto dei meccanismi evolutivi, ha comportato l’adozione e l’affinamento di tecniche, dalle più rudimentali dei primordi a quelle più sofisticate dei nostri giorni, per consentire la comunicazione a distanza; il che, successivamente, l’ha  resa anche differita nel tempo. Molte sono le tappe percorse dall’uomo sia sul piano tecnico che su quello  speculativo.

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Ci è noto, attraverso l’evoluzione della comunicazione nella storia, come la cultura dell’oralità, viva agli albori della nostra civiltà, implicasse diverse modalità percettive,  dal momento che l’ascolto implicava una totale immedesimazione della persona nel testo narrato oralmente: si verificava in realtà l’immersione nel mondo evocato dal narratore con la totale identificazione del recitante e dell’uditorio rispetto all’evento fonico prodotto dall’uno e partecipato all’altro.

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Tutto ciò provocava la contestualità con l’evento narrato, incideva immediatamente sull’ascoltatore, modificando -in diretta, diremmo oggi- l’area cerebrale deputata alla percezione, inscrivendovi gli usi, i modelli comportamentali attraverso la simpatetica identificazione con i personaggi e le azioni descritte. In queste modalità trasmissive è stato identificato l’aspetto-funzione di conservazione della cultura orale.

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Tuttavia, nel contempo, "il pubblico" interagiva col narratore e lo portava a modificare di volta in volta le sue storie, entrando come soggetto partecipe del processo creativo della narrazione; il che, tra l’altro, costituiva il fluire dinamico di una tradizione non cristallizzata in un rigido canone, ma alimentata e modificata dalle forze vive in essa presenti e attive.

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Ciò significa che anche nella cultura orale c’era trasformazione e non solo conservazione. Forse c’era meno consapevolezza del cambiamento, perché mancava il canone rigido di riferimento, successivamente fissato in forma definitiva nel testo scritto.

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Una delle immagini emblematiche della comunicazione orale è il pozzo del villaggio: luogo dell’incontro nel momento essenziale dell’attingere l’acqua indispensabile a tanti bisogni quotidiani. In ogni caso, "luogo dell’incontro". È molto pregnante il simbolismo del pozzo: attingere in profondità l’elemento più essenziale per la vita.......

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Al pozzo ci si fermava, si sostava e si creava il clima, l’occasione per scambiarsi notizie, racconti, esperienze. Al pozzo sostavano per ristorarsi anche i viandanti di passaggio, che portavano le notizie di "fuori". Ai piedi del pozzo sedeva, alla frescura, il vecchio, ricco di anni e di saggezza, capace di trasmettere, con i suoi racconti, la storia, i sogni, i miti delle generazioni precedenti: uno dei modi che rendevano vivo il continuum della memoria, dipanandone il filo conduttore.

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Qual è - o quali sono - , oggi, i "luoghi" dell’incontro?

 

Comunicazione scritta.
Cambiamenti determinati dal succedersi dei media

"Della Sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli, mediante la scrittura, l'apparenza, non la verità, infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento orale, crederanno di essere conoscitori di molte cose mentre, come accade, per lo più, in realtà, non le sapranno: e sarà ben difficile discorrere con essi perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti" (Fedro, 275, a-b)

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Così arrivano fino a noi dal Fedro di Platone i pensieri di Ammone e di Socrate sul concetto di verità, attraverso l'oralità e sul concetto di opinione (che oggi potremmo definire 'sapere libresco', avulso dall'esperienza o anche 'sapere ideologico' ingabbiato in strutture prefabbricate da altri e fatte proprie acriticamente), attraverso la scrittura. Si deve proprio a Socrate la consapevolezza e la sottolineatura della "capacità maieutica" dell'insegnante.

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Nulla contro l'opinione. Semplicemente dobbiamo riconoscere che essa non è la verità, ma solo ciò che di essa di tempo in tempo riusciamo a conoscere ed a vivere, che si modifica ed evolve in base alle esperienze ed ai rapporti intessuti con le persone e con la realtà e, quindi, può anch'essa essere forgiata in un fluire dinamico e non cristallizzarsi in forme rigide e difficilmente mutabili come nel caso del sapere libresco e di quello ideologico.

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I pensieri riportati all'inizio probabilmente costituiscono il primo esempio occidentale in cui si evidenzia il trapasso da una cultura immediata, mnemonica e naturale, ad una cultura 'mediata' (cioè non più scaturente dall'oralità e dal contatto dialogico, interpersonale), visiva e artificiale.

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I vari media succedutisi nel tempo a partire dall’invenzione della scrittura, e via via nel corso dei secoli l’evoluzione tecnologica che ha visto il susseguirsi ed il variegato moltiplicarsi dei supporti (tavolette di legno cosparse di cera, tavolette d’argilla, papiro, pergamena, carta, supporti magnetici, supporti magneto-ottici) e delle  diverse modalità di trasmissione dei messaggi (segnalazioni luminose, acustiche, staffette umane, cavi di rame, onde radio, fibre ottiche), hanno in realtà provocato una estensione meccanica della memoria umana, sottraendole la funzione di legame unico ed esclusivo tra le generazioni.

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L’invenzione della stampa poi, aumentando in misura esponenziale la possibilità di diffusione delle idee, ha provocato un ulteriore generalizzato impigrimento dei meccanismi mnemonici, che le possibilità offerte dalle nuove tecnologie tendono ad indurre ulteriormente, aumentando in ragione di ordini di grandezza ben più ampi la dipendenza dell’uomo dalla memoria della macchina.

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Se ne può cogliere l’aspetto utile nella la liberazione della mente da nozioni marginali e da attività ripetitive e con il proporzionale incremento della qualità del lavoro svolto.

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Tuttavia, c’è da chiedersi se questo aspetto, di per sé - appunto - utile, spinto alle sue estreme conseguenze, non tragga fuori l’uomo dalla storia. Analizziamo cosa questo possa significare.

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Partiamo dal dato antropologico che l’uomo è un essere storico, nel senso che tutti gli eventi (incontri, esperienze) della sua vita si inscrivono nel suo essere rendendolo quello che via via diviene nel corso del processo vitale-storico tracciato dalla sua esistenza, il quale a sua volta incide a cerchi concentrici a partire dalla storia personale, in quella del gruppo di appartenenza, del contesto sociale, nazionale e, in definitiva, della specie umana.

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Chi e come sarà l’essere-uomo di chi si pone nella realtà delegando alla macchina molte delle funzioni frutto di apprendimento faticato e vissuto insieme ad altri o comunque assorbito da mediazioni umane?

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Cosa potrà succedere di lui, se ad un certo punto eventi catastrofici, certamente non dietro l’angolo, ma pur sempre possibili, lo privassero degli strumenti tecnologici o dell’energia che costituisce il dato irrinunciabile per il loro uso?

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In altri termini, cosa resta dell’uomo senza un bagaglio culturale (parlo di cultura intesa nel senso tedesco di edificazione - che diventa identificazione - della persona)  che ognuno si porta dentro?
In realtà ci si va affidando a strumenti sempre più  artificiali e non a ciò che è inscritto nel nostro essere attraverso le forme di apprendimento conosciute fino ad oggi.

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In effetti l’uomo, la cui individualità è un "unicum" irripetibile, non diviene "un altro"; ma, attraverso il suo processo di crescita, diventa "altro".

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L’essere-uomo è anche memoria e la memoria, che non è altro che la traccia del nostro vissuto, porta inscritto dentro di noi l’essere che noi siamo, che denota il nostro comportamento, le nostre risposte agli stimoli che ci vengono dagli altri, informa la nostra azione, intendendo per azione non il volontarismo efficientistico o una robotica capacità tecnica, ma l’Opera di ordinatore, in chiave individuale e cosmica insieme, che è il ruolo affidato all’uomo dalla vita che lo ha posto in essere.

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Se il vissuto e l’apprendimento vengono assorbiti -o comunque mediati- soltanto da una macchina, dove sono la profondità, lo spessore, l’intenzionalità profonda che nutrono il nostro processo educativo (e-ducere = tirar fuori), che forma la struttura della personalità? Può essere affidata ad una macchina anche la capacità maieutica dell’educatore?

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L’educazione autentica è l’attenzione consapevole dell’adulto genitore/insegnante al profitto
del figlio/allievo, capace di attivare un istinto che già è inscritto nella persona.
Sostanzialmente l’individuo adulto calibra il suo comportamento sul profitto dell’educando.
Si sostanzia, in realtà un corso d’imitazione, che permette all’allievo di acquisire le capacità dell’educatore e nello stesso tempo attivare le proprie potenzialità innate rielaborandole in maniera autonoma e originale.

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Potremmo allargare il discorso al rapporto di reciproco insegnamento/apprendimento che si instaura tra persone mature in dialogo, in quanto coinvolte in un rapporto di reciprocità.
Quindi, educazione come connubio tra istinto e apprendimento.

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È vera formazione quella che non introduce il soggetto coinvolto nel processo formativo (quando non si tratta di semplice addestramento meccanico od acquisizione di capacità tecniche), nel percorso di tutte le fasi salienti del processo cognitivo che ne è il presupposto: esperienza, percezione, organizzazione della conoscenza, apprendimento di una nuova conoscenza, selezione, memorizzazione ed, infine, metabolizzazione ed elaborazione personale?

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Può definirsi vera esperienza (nel senso di significativa e, quindi, trasformante) quella che vede coinvolta soltanto la sfera intellettuale, che è la facoltà che viene attivata nel contatto con le informazioni tratte da un elaboratore, e non anche il contatto (che diviene rapporto) vivo e
ricco con tutta la gamma del  vissuto dell’emittente umano? Se non si realizza, in altri termini, seguendo la formulazione di Popper, l’integrazione del mondo 1 (materialità, fisicità) mondo 2 (esperienza) e mondo 3 (valutazione dell’esperienza, ricerca, conoscenza e suoi prodotti, idee.
Esso è inoltre conseguenza dell’integrazione degli altri due nello spirito dell’uomo. In più, si aggiunge, ai fini dell’evoluzione, l’influenza degli altri uomini). Quindi, se viene saltata una fase del processo cognitivo o se non si verifica l’integrazione dei tre "mondi", si ha vera crescita o non piuttosto alienazione?

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Ed è vera cultura quella composta da mere informazioni, senza il personale affinamento della capacità e degli strumenti di valutazione ed elaborazione, senza, cioè l’ermeneutica, e le conseguenti scelte frutto di coscienze libere e responsabili? Ed è vera conoscenza quella ridotta ad un’informazione per quanto vasta, capillare e ridondante essa sia, mentre la coscienza resta spogliata del suo contatto con la storia, con la capacità critica e con l’esperienza?

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Senza dimenticare che l’eccedenza informativa porta con sé difficoltà di ricapitolazione e di introspezione (che è la capacità di penetrare, di "vedere" oltre l’ovvietà di ciò che appare) e, quindi, neutralizza la capacità di attivare e far entrare in campo nel vissuto e nel giudizio personale le risorse dell’intuizione e dell’immaginazione, che connotano l’uomo rispetto agli altri esseri viventi.

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Potremo dire magari di avere tante persone addestrate ad affinare specifiche capacità in base alla specializzazione richiesta, ma non e-ducate, nel senso di tratte fuori dall’anonimato (17) ed inserite in un processo di crescita che dura tutto l’arco della vita. Ne consegue che l’informazione, senza l’intenzionalità profonda, il calore del vissuto, non forma ma deforma la persona e comunque non raggiunge la profondità del suo essere, rimane un bagaglio superficiale e non un patrimonio acquisito.

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L’uomo che affida la sua memoria interamente alla macchina, anziché interiorizzarlo, si porterà dietro questo suo bagaglio come la lumaca che per sopravvivere deve trascinarsi dietro il guscio. C’è da soffermarsi attentamente sul significato di "guscio" e di cosa esso rappresenta nel caso del cosiddetto homo tecnologicus, cioè se si volesse privilegiare nel nuovo che avanza soltanto questo aspetto-possibilità, che non esaurisce tutta la realtà dell’essere-uomo, rispetto all’infinita gamma di espressioni che esso può portare nella storia del mondo.
Il guscio è qualcosa che ingloba, racchiude, mette al riparo, ma isola e in definitiva chiude gli orizzonti. L’uomo, quindi, più che di un guscio, ha bisogno di una struttura bio-psicologica-spirituale che lo renda capace di esporsi al rischio dell’esistere.

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Bastano queste domande e queste riflessioni a renderci consapevoli del fatto che saggio è affidare ai supporti tecnologici soltanto quella parte di memoria che è utile per la qualità del lavoro e della vita, ma non quella indispensabile ad una piena incarnazione della cultura che nutre il nostro  essere-nel-mondo, che non può non formare parte integrante della nostra persona e non è scindibile da essa.

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A meno che non si ritenga, come emerge da sfere non marginali di scuole di pensiero del nostro tempo, che la nostra cultura occidentale sia tutta da buttare via: ma, poiché certamente non è così, correremmo il rischio di "buttare via il bambino con l’acqua sporca".

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Il fatto è che noi, pur immersi, forgiati e tributari di una cultura, siamo chiamati ad incarnare l’Essere, di cui ogni cultura è solo una modalità di espressione in un certo luogo ed in un certo tempo.

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Quindi, ogni vero processo educativo dovrebbe metterci in grado di incarnare della cultura del nostro luogo e del nostro tempo quel che proviene direttamente dalle sorgenti dell’Essere e buttare via "l’acqua sporca", assimilando, nel contempo, attraverso il dialogo con le altre culture reso possibile dall’abbattimento delle frontiere e dalla facilità di comunicazione frutto delle innovazioni tecnologiche,
i logoi spermatikoi
(18) che anche le altre culture contengono. È certamente una delle più grandi opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Sempre che ci si dia il tempo della riflessione, altrimenti non faremmo altro che incamerare informazioni che non incidono nel profondo e coinvolgono soltanto gli aspetti più superficiali del nostro vivere.

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Questo è il lavoro affidato alla nostra scelta di persone mature e responsabili, che devono comunque operare, nei campi di propria competenza, le scelte giuste per salvaguardare anche le analoghe possibilità di chi sta ancora emergendo dalla non-consapevolezza. Dalle riflessioni espresse emerge che non possiamo affidare ai mezzi tecnologici la trasmissione della cultura; il che avverrebbe dando il massimo sviluppo alla "virtualità" in ogni campo dell’interazione umana, che vedrebbe l’uomo coniugato con l’assurdo. Risultato ineluttabile, la disumanizzazione, che già sperimentiamo nelle periferie degradate delle nostre metropoli dove si registra il massimo grado di sradicamento e di disancoramento da una tradizione portante.

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Per la sopravvivenza della specie, se vogliamo ancora parlare di umanità, è ancora insostituibile il ruolo dell’oralità, della cosiddetta "tradizione orale", "testimone" che passa da una generazione all’altra. D’altro non si tratta che del dialogo tra generazioni, che la grande frammentazione del nostro tempo ha spento quasi del tutto.

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Non a caso ci stiamo accorgendo che una gran parte di questa generazione violenta, demotivata, preda del non senso, dell’angoscia del vuoto in luogo della energia vitale della progettualità, del consumismo, in realtà non ha ancora ricevuto questo "testimone". Né possono consegnarglielo i
media (multi o iper che siano) che oltre tutto, al momento presente, veicolano contenuti tutt’altro
che costruttivi.

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Non dimentichiamoci che i mass media non costituiscono né creano la realtà. Non fanno altro che inquadrarne alcuni aspetti secondo griglie di lettura poste in essere dagli operatori, per lo più in riferimento a domande già implicite o presenti tra "la gente". Quando non sono finalizzate a far passare messaggi in qualche modo manipolatori, al fine di formare un’opinione pubblica in linea con le idee portanti dell’ideologia che informa il sistema che ha in mano l’informazione.

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Un dato fondamentale a cui è necessario porre attenzione è la consapevolezza che il contenuto è più importante del medium che lo veicola e ciò che realmente importa, al di là degli incantesimi multimediali, è di recuperare l’informazione rilevante, per non cadere del "delirio di onnipotenza del tecnologo" che porta a far prevalere la logica della tecnologia su quella della comunicazione privilegiando, per tornare ad un concetto già espresso in precedenza, il versante razionale rispetto a quello emotivo; il che priva l’uomo dell’uso equilibrato delle sue facoltà. Non è detto infatti che certe realizzazioni debbano essere concretizzate - o per lo meno esserlo in un certo modo - solo perché sono possibili tecnicamente ed incrementano una certa attività produttiva, ma poi in realtà non servono ad aumentare né la  conoscenza (19) né la qualità della vita.

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Assistiamo infatti (basta avere una minima esperienza della navigazione in Internet; ma possiamo riflettere che succede la stessa cosa a coloro che restano incollati per ore davanti ad uno schermo televisivo) alla possibilità di  fare indigestione di informazioni. Gli americani hanno coniato il termine infopollution: inquinamento da informazione. Si tratta di un inquinamento dato sia dalla pletora informativa, che spesso porta con sé insuperabili difficoltà di ricapitolazione e di introspezione, sia da contenuti volutamente o potenzialmente manipolatori.

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Potrebbe essere semplice obiettare che un uso equilibrato dei media preserverebbe da simili rischi.
Ma ciò non è così scontato. L’esperienza dimostra che spesso il mezzo cattura l’utilizzatore, che si ritrova ad accorgersi di essere rimasto per ore, certamente se qualcosa di più urgente non lo richiama alla realtà, al deschetto del computer soltanto con la curiosità accesa da una esplorazione veramente agevole, che apre innegabili orizzonti del tutto imprevedibili (lo stesso, abbiamo visto, può accadere davanti allo schermo televisivo).

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Certamente il rischio è più forte nel caso di persone già portate all’isolamento ed in qualche modo alla fuga dalla realtà; ma, a parte la considerazione che ciò non fa altro che alimentare queste tendenze, anziché favorire l’apertura ad un contesto di relazione autentica, è bene essere consapevoli che occorre stare in guardia nei confronti di un approccio consumistico alle mirabilia tecnologiche che ci promettono e permettono i costruttori della nuova civiltà telematica.

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È reale il rischio di una ipertrofia informativa che, senza il dovuto vaglio di una coscienza matura, inducendo modelli culturali prefabbricati, opinioni massificanti, pregiudizi al servizio dell’ideologia dominante, produce l’effetto di addomesticare, se non quello di addormentare le coscienze.

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Possiamo salvarci da quest’uso strumentale dei nuovi mezzi di comunicazione, attraverso un impegno civile orientato a cogliere le opportunità che le innovazioni tecnologiche ci stanno offrendo con le situazioni nuove che determineranno, costringendo i maggiori agenti sociali a ridefinire i loro ruoli, aprendo nuovi spazi di creatività,  nuove forme di partecipazione. È qui che dovrà farsi viva e competente la nostra presenza.

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È comunque importante avere consapevolezza che ogni attività intenzionale dell’uomo ha conseguenze inintenzionali  e non prevedibili. Del resto accade si sviluppino aspetti inattesi anche dalle realizzazioni intenzionali.

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All’inizio dell’uso della scrittura non si sarebbe mai potuto immaginare che questa azione avrebbe cambiato non solo  le modalità di pensiero e di comunicazione, ma avrebbe provocato anche grandi trasformazioni in campo istituzionale, nella politica, nell’educazione, ed inoltre in una diversa concezione e applicazione della tecnica. Si avranno certamente ripercussioni analoghe per effetto ai nuovi mezzi e conseguenti modelli comunicativi di cui ci stiamo occupando.

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Ritengo tuttavia che non si debbano temere gli effetti di conseguenze che possono sfuggire da ogni previsione, se l’intenzionalità che muove l’azione non ha connotazioni esclusivamente egoistiche e prevaricatrici. Proprio in ciò si  gioca la responsabilità di chi detiene in questo momento storico il potere di operare le scelte di fondo e, quindi, di orientare gli stili di vita ed i comportamenti nuovi che ne scaturiranno.

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Può essere interessante passare in rassegna alcune delle molteplici conseguenze inintenzionali della scoperta della scrittura. Tra quelle più rilevanti:

- la nascita della filosofia, della scienza, della logica e dell’etica, con la sistematizzazione che loro riconosciamo. La forma di astrazione necessaria per lo sviluppo di queste discipline è stata resa possibile soltanto quando l’uomo, interiorizzata la scrittura, ha avuto la libertà mentale per una maggiore astrazione del pensiero.

- la nascita dell’individualità. Gli illetterati non sono in grado di uscire dal pensiero situazionale, di fondare un’autoanalisi sul nucleo centrale della persona, intorno al quale si sviluppa la capacità di collocare il vissuto esperienziale in chiave storico-narrativa. Oggi siamo arrivati al culmine di questo processo di autocoscientizzazione.

È estremamente agevole trasporre le stesse riflessioni ai cambiamenti indotti dalle trasformazioni che ci stanno interpellando e dalle quali intenzionalmente desideriamo non essere presi, per quanto possibile, alla sprovvista, cogliendone le opportunità ed evitandone, sempre per quanto possibile, i rischi.

 

Comunicazione imagogica

Mentre la scrittura produce una certa segmentazione della realtà in una sua linearità che consente l’assimilazione e  la valutazione dei contenuti del testo, i mezzi elettronici, soprattutto quando sono vettori di immagini, tendono a favorire una percezione più globale, più incisiva sull’osservatore, posto in condizioni di passività, se le sue facoltà  critiche non sono sufficientemente attivate.

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Inoltre nella lettura, essendo comunque il testo scritto un medium filtrante, l’eccitazione emotiva risulta maggiormente modulata rispetto a quella indotta dai messaggi visivi e sonori offerti dalla televisione. Ciò significa che si ha il tempo e il modo di assimilare, elaborare ed integrare equilibratamente i dati informativi e conoscitivi tratti dal testo scritto.

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L’incisività delle immagini, che parlano un linguaggio immediato e globale e, quindi, soltanto in parte filtrato dalla coscienza, quando c’è una coscienza in grado di farlo, ci induce direttamente a paragonare il loro effetto a quello dell’oralità delle culture del passato.

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C’è un dato in comune: la contestualità simpatetica, che immerge l’ascoltatore ed il narrante
(nel nostro caso il programma fatto di suoni e immagini) nel mondo evocato e ne trasmette direttamente, come abbiamo visto, i modelli comportamentali e le linee portanti della cultura
di cui il narrante è portatore e, quindi, diventa portavoce. Siamo ormai consapevoli che il medium televisivo è oggi una delle agenzie educative più incisive.

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L’interrogativo che dobbiamo porci con la dovuta urgenza è: in quale cultura, in quale realtà veniamo immersi, sono immersi i nostri figli con meno anticorpi di noi, davanti allo schermo televisivo o saremo immersi in un futuro già presente davanti alle informazioni multimediali la cui realizzazione è già in corso? A chi sono in mano queste stupende opportunità? Chi crea e chi sceglie i contenuti?

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Purtroppo quella che impera è la legge del mercato e le sfere di potere da essa create. Ma questo non riguarda soltanto l’Informazione, ormai tutto il tessuto della nostra società è in
mano al mercato.

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Se poi ci soffermiamo sul medium-televisione e, comunque, per effetto della multimedialità che è ormai dietro l’angolo, faremo sempre più i conti con la capacità educativa (o diseducativa, a seconda dei casi) delle immagini, dobbiamo renderci conto di quale importanza vitale assumano i contenuti, i messaggi veicolati dalle immagini stesse.

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Non possiamo più assistere inerti allo scempio che viene fatto della coscienza delle masse. Né possiamo continuare ad accettare che ci si dica, grazie anche al risultato di referendum a suo tempo promossi, che è quello che la gente vuole (da parte di chi con certi programmi si arricchisce) o si merita (da parte di chi, sentendosi superiore, cinicamente se ne disinteressa, non si ritiene responsabile della crescita degli altri).

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Questo significa non aver nessun rispetto per la "gente", che non è un’entità astratta, ma è composta di persone che hanno diritto ad una qualità di vita migliore e non a intrattenimenti ludici (Telenovelas ed altro) che ricordano i famosi "panem et circenses", lontani nella memoria storica ma ancora evidentemente presenti nelle idee di certi politici.

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Questa riflessione non vuol essere una condanna dell’intrattenimento, perché la dimensione ludica ed un sano divertimento aiutano l’equilibrio della persona umana.

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Il problema è che si tende a sommergere "il pubblico" di banalità diseducative senza offrirgli alternative per non correre, si dice, il rischio di perdere "audience".
Ma è più importante l’audience o il bene della società, su cui andrebbero investiti contenuti veramente educativi nel senso pregnante del termine, capaci di parlare alle coscienze, di suscitare interesse e partecipazione?

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Il rischio è perdere audience, ma il guadagno si misura in termini di credibilità e dignità, per non parlare di responsabilità e di etica. Non si tratta di moralismo, ma di senso della realtà e amore per la verità.

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Cosa ci offre, la nostra Agorà televisiva? Da un lato, assistiamo ad immagini negative che generano angoscia, facendo entrare nelle nostre case tutti gli orrori del mondo, per un malaugurato senso di spettacolarità, di sensazionalità che ha ormai intriso l’informazione in tutti i suoi versanti, come se la concreta normalità del quotidiano non avesse il suo intrinseco valore che, evidentemente, non è più un valore condiviso.

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Non si offrono, per contro, se non eccezionalmente, i necessari approfondimenti sulle cause degli eventi o sulle possibili soluzioni. Senza parlare del compiacimento, a volte morboso, sulla crudezza delle immagini, che è certamente reale, ma che spesso viene presentata senza il rispetto e la delicatezza dovuti sia alle vittime che al dolore dei familiari.

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Si assiste ad una presenza asettica dei cronisti, costretti a spogliarsi della loro emotività per continuare a riprendere scene agghiaccianti, come abbiamo visto sui vari fronti di guerra. Un conto è l’equilibrio di chi deve riferire senza rimanere invischiato emotivamente, ma nel profondo partecipa e condivide l’orrore dell’accaduto, che pure è un dato della realtà da conoscere; un conto è il continuare asettico a registrare immagini che diviene mancanza di rispetto e, in definitiva, indifferenza.

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Dall’altro lato, nel semplice volgere di pochi secondi, si volta pagina e ci troviamo di fronte a notizie di una banalità incredibile o agli strombazzamenti di una pubblicità ormai invasiva, che non fanno altro che addormentare le coscienze ed il cui effetto è confusione e perdita di senso della realtà in questo assurdo rimescolamento dei più diversi aspetti del reale (divenuto veloce, privo di filtri, di consequenzialità).

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Tra l’altro, ripeto, i vari eventi ed aspetti della realtà vengono selezionati con griglie di lettura che non ne colgono tutta l’enorme ricchezza, complessità e, perché no, anche bellezza.

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"La TV certamente aiuta a comprendere la realtà, ma a patto che essa stessa non si faccia realtà. Nel "villaggio globale" di McLuhan, profetizzato e già superato, sembra ci sia sempre meno spazio per la pietas (l’elemento umano) a fronte della progressiva affermazione della confusione tra mezzo e messaggio" (20)

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Parlando di televisione dobbiamo registrare un altro dato estremamente importante, che riguarda lo sviluppo psicologico delle fasce generazionali oggi ritenute a rischio. Ne fanno testo alcuni segnali allarmanti sulla violenza giovanile.

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"Sono accaduti fatti, in questi ultimi tempi, che inducono a riflettere su due cose: la permeabilità degli adolescenti a comportamenti distruttivi e autodistruttivi, ela parte che in questi avvenimenti ha la televisione, poiché questa, o nel  darne notizia o nel proporre spettacoli nei quali la violenza è un contenuto di non secondaria importanza, rappresenta ed enfatizza la violenza stessa" (21)

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Possiamo senz’altro affermare, come sostengono i due ricercatori, esperti di psicologia dell’età evolutiva, autori dell’articolo citato, che prendersela con la televisione può rappresentare un falso problema, perché molto dipende dall’uso che se ne fa. Sta di fatto comunque che essa non è un optional, ma è entrata a far parte della nostra quotidianità e, mentre è la nostra finestra sul mondo, qual è il mondo che ci presenta?

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Resta innegabile che il fenomeno della enfatizzazione della violenza è un dato reale ed ha il suo peso determinante, soprattutto quando mancano, come è frequente al giorno d’oggi, le possibilità per gli adolescenti di compiere processi esperienziali soddisfacenti, ma soprattutto significativi, che sono la migliore modalità di "ricevere" il senso della vita (il famoso "testimone" cui ho già accennato in precedenza) e la capacità di attivare le proprie risorse per viverla con creatività, preparandosi a dare al meglio il proprio contributo di partecipazione e di innovazione.

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In ogni caso "parlare di violenza e di televisione senza parlare di società e violenza significa voler proiettare su uno schermo, fuori di noi, il problema della violenza che noi, prima ancora che la televisione, abbiamo posto troppo a portata di mano degli adolescenti, innanzitutto perché la temiamo e la subiamo e cerchiamo di rimuoverla sublimandola in comportamenti compensativi (come l’adesione a valori dei quali non si è pienamente convinti), prevenendola con la paura, reprimendola e, insomma, non accettandola. L’accettazione è forse alla base di tutto, se per essa correttamente si intende comprensione e presa di coscienza, mettersi in discussione per responsabilizzarsi e convivere" (22)

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Se si tratta di convivere con la violenza non sono d’accordo. Per il resto, ben venga la comprensione e la presa di coscienza che preludono alla trasformazione.

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Dalle riflessioni che precedono, mi pare possiamo trarre la conclusione di doverci impegnare ad usare i media per quello che sono: strumenti di lavoro, grandi opportunità per la snellezza e la completezza dell’informazione a supporto delle riflessioni e delle decisioni da prendere, abbattimento di frontiere, anche piacevole intrattenimento.

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L’importante è che non proiettiamo nelle loro pur mirabolanti possibilità l’onnipotenza che vorremmo avere, ma che non ci è data perché siamo creature ancora in cammino verso la nostra vera finalità.

 

Comunicazione multimediale

Si sta prendendo coscienza, in questo nostro tempo, del fatto che gli attuali sviluppi dell’Informazione, trovandosi ad un incrocio virtuoso tra multimedialità e telematica, promettono eclatanti trasformazioni nel mondo dell’informatica e, attraverso queste, radicali cambiamenti nel tessuto culturale, nella struttura stessa della società e, conseguentemente, dell’essere-nel-mondo dell’umanità, che acquisterà aspetti del tutto inediti.

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Diciamo innanzi tutto che la multimedialità può essere definita come "la possibilità di acquisire informazioni provenienti da "media" differenti (testi, audio, immagini) da poter gestire contemporaneamente su un unico supporto informatico (cioè un computer) ed accessibili in modo interattivo dall’utente finale"

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Il computer, per la memorizzazione e l’elaborazione dell’informazione usa una logica che codifica i dati sotto forma di espressioni numeriche.
Ora va sempre più estendendosi l’utilizzazione della logica digitale in campi come la televisione, il video, l’audio, etc. Convertire un’immagine o un suono in forma numerica offre notevoli potenzialità, data l’omogeneizzazione tipologica che ne deriva, anche se il grado di complessità (e, conseguentemente, l’esigenza maggior spazio di "memoria" e migliore affinamento nella capacità di calcolo per il loro "trattamento") è ben differente tra un testo scritto, una immagine ed un suono.

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È per questo che, con l’avvento della multimedialità il computer virtualmente diviene contemporaneamente televisore, registratore sia audio che video, fax, telefono.

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L’insieme di questi processi, di cui oggi è possibile la fusione, sta provocando, grazie all’insieme delle connessioni elettroniche che permettono a qualsiasi computer di collegarsi agevolmente e rapidamente con milioni di altri computer, affacciandosi sull’universo di una miriade di reti, di banche dati ed attingendo ad informazioni di ogni genere, il porsi in essere di un vero e proprio organismo tecnologico in continua evoluzione.

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È facile immaginare come tutto questo renda molto più agevole l’utilizzazione da parte degli utenti comuni, per i quali - tra l’altro - è richiesta una sempre minore specializzazione, grazie al contestuale progresso dei software che consentono un’interfaccia estremamente "amichevole" ed un uso molto guidato dei sistemi operativi. È un altro dei fattori che contribuiranno a favorire una grande pervasività dei nuovi strumenti nei vari campi della vita civile e domestica.
È proprio quanto ci occupa e ci preoccupa nella presente analisi.

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Si tratta in effetti non tanto di una preoccupazione di genere ansiogeno, quanto di una pre-occupazione, nel senso pieno della parola: occuparsi di qualcosa, per avere la possibilità
di intervenire prima che acquisti caratteri di definività e, quindi, di irreversibilità. Soltanto un anno fa nessuno, o tutt’al più poche persone, tranne che nei settori altamente specializzati, avevano sentito parlare delle "Autostrade dell’Informazione"  (23)

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Oggi tutti i Paesi più sviluppati sono in corsa per promuovere la realizzazione di un ventaglio di prodotti e servizi che si muovono nello spazio tra telefono e televisione e in generale rispondono alla domanda di intrattenimento, di informazione e di transazioni informative da parte dei consumatori, da un lato. Da un altro punto di vista, si registra un grande dinamismo evolutivo che tende a portare numerose applicazioni, che prima avevano nei vari campi professionali il loro esclusivo scenario di riferimento, nel campo domestico, con grandi proposte innovative ed allettanti sotto l’aspetto dell’utilità e dell’interesse per un uso sempre più individualizzato.

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La trasformazione ha una valenza che non è enfatico, ma semplicemente realistico definire epocale.

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Occorre cercar di esplorare come e con quali conseguenze tutto ciò si calerà nella realtà per esaminare le principali tematiche che nutrono la nostra consapevolezza e capacità di proiettarci nelle future trasformazioni. Il dato più immediatamente ed incontrovertibilmente emergente è il rapido evolversi dei parametri di riferimento e di comportamento che guidano le nostre scelte.

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Mentre siamo consapevoli che la progettualità è stata ed è indispensabile per fissare gli obiettivi e scegliere mezzi e tempi di realizzazione, attualmente gli input e le possibilità che ci si propongono in virtù delle nuove tecnologie, rendono la situazione anomala rispetto ai vecchi modelli.

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Infatti ci troviamo di fronte ad una realtà in evoluzione estremamente veloce, con ritmi che superano le nostre proiezioni progettuali e richiedono da parte nostra una grande flessibilità e capacità di adattamento e, soprattutto, di rinnovamento, che dobbiamo riuscire ad imprimere anche nel contesto in cui operiamo.

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Per esplicitare meglio: in sostanza ci troviamo coinvolti ed immersi come soggetti attivi in un processo di dinamismo evolutivo in cui il futuro, nel quale le generazioni precedenti proiettavano la loro progettualità, è già presente.

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Infatti, mentre nelle generazioni precedenti la nostra si proiettavano nel futuro i progetti e si ponevano in atto con studiata gradualità le operazioni realizzative (se ne aveva tutto il tempo) oggi sembra che la stessa scansione del tempo sia mutata e stia assumendo ritmi sempre più accelerati.

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È una accelerazione che non consente più una progettualità a lungo termine, che risulterebbe sempre e comunque superata, ma richiede - direi meglio, impone - la capacità di cogliere al volo le spinte innovative e calarle in una realtà in continua e rapida trasformazione. Si tratta sostanzialmente di prendere di volta in volta, di tappa in tappa, le decisioni ritenute più valide.

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Tutto questo necessariamente implica non solo - come visto più innanzi - creatività, flessibilità
e capacità di rinnovamento, ma anche e soprattutto un grande senso di responsabilità, nella consapevolezza che comunque le nostre scelte, così come sono in qualche modo condizionate, a loro volta condizionano positivamente o negativamente l’evolversi dei processi cui
partecipano.

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Anche perché oggi, come all’inizio di ogni grande svolta innovativa, molte implicazioni e conseguenze nel lungo periodo sono assolutamente imprevedibili.

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Ho già parlato più diffusamente in un capitolo precedente del grande cambiamento determinatosi nella vicenda umana, al momento del passaggio dall’oralità alla scrittura alfabetica, per effetto del nuovo modo di organizzare il "dire", la "visione del mondo" che quel dire esprimeva. Altrettanto sta accadendo per effetto della nuova modalità di approccio con la realtà indotta dalle tecnologie avanzate.

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Noterei una rilevante analogia: mentre la cultura orale viveva e trasmetteva una visione olistica della realtà, la cultura scritta e quella scaturita dall’"Universo Gutemberg" con l’invenzione della stampa, ha dato alla realtà una notazione atomistica e lineare, la stessa linearità che caratterizza la "logica" che ha forgiato la nostra cultura occidentale.

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Ora, il "villaggio globale" ci riporta alla simultaneità; ma si tratta di un modo comunque diverso di abitare il mondo e, come tale, capace di indurre cambiamenti di cui al momento vediamo soltanto la punta dell’iceberg.

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Alcuni costituiscono grandi opportunità, altri saranno portatori di rischi. Del resto questo è un dato ricorrente nella storia, al quale l’uomo non ha mai potuto sottrarsi. Ciò significa che è sempre l’uomo, essere responsabile, a dominare -nel senso di governare- gli eventi per non  subirli ed esserne reso schiavo, strumento inconsapevole dell’assurdo.

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Se una società è plasmata dagli strumenti che usa, potendosi dimostrare che le appendici tecnologiche provocano alla lunga apprezzabili e irreversibili mutazioni della percezione, che è una delle fasi imprescindibili del processo cognitivo, non dobbiamo dimenticarci che l’uomo è contemporaneamente artefice e prodotto di questo processo.

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Si impone, quindi, la necessità di non perdere di vista il fatto che la tecnologia e tutte le sue applicazioni sono strumenti che vanno usati con consapevolezza e responsabilità e non mossi unicamente da finalità economiche o, peggio, di strumentalizzazione mercificante o massificante a seconda dei casi.

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Posti questi basilari interrogativi, cercherò di trovare delle risposte. Dovrò servirmi di parametri noti per entrare in un campo inesplorato.

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Dovrò affidarmi in parte all’intuizione e in parte all’immaginazione. Certo intuizione ed immaginazione sono aspetti della nostra creatività; tuttavia chi è abituato ad un approccio esclusivamente empirico mi potrebbe obiettare che occorre procedere con scientificità e con dati verificabili. Non è detto, tuttavia, anche se il versante esclusivamente empirico della nostra cultura lo sostiene, che tutto ciò che non è rigorosamente, strettamente scientifico è, perciò stesso, irrazionale e non debba trovar posto nella nostra presa di coscienza della realtà.

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Non è questa la sede per entrare in sottili "distinguo" filosofici su ciò che si intende per "ragione" e, quindi, per razionalità, che ne è l’espressione e sostanzialmente definirei ragione-in-azione. Ritengo tuttavia che anche chi agisce in ambito strettamente scientifico, pur dichiarando di servirsi di una ragione che si nutre di dati esclusivamente empirici, in realtà non può non attingere, almeno nell’insopprimibile momento teorico di ogni sperimentazione, alle proprie doti intuitive, i cui connotati sfuggono ad ogni misurazione e non possono entrare in gioco in termini quantificabili.

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Penso inoltre che, in quanto si tratta di una facoltà umana, anche l’intuizione non solo può, ma anzi deve, entrare in campo quando è necessario prefigurare scenari ignoti, orizzonti sconosciuti. Inoltre l’intuizione vola alto e porta lontano, ma si appoggia, si muove in realtà pur sempre da dati noti, certi, reali.

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Gli orizzonti che si aprono sono ampi e di non facile esplorazione, dato che siamo immersi in un processo magmatico di cui non si vedono che alcuni passaggi e solo confusamente le tappe ulteriori. Ignoto è il punto di arrivo.
                                                                                                        

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